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Caledonian Road di Andrew O’Hagan: un libro in cui perdersi con gioia

Letture
8 Novembre 2024 Articolo di Christian Soddu

Romanzi mondo + Romanzi sul mondo.
Dai classici alla narrativa contemporanea, la magia dei romanzi mondo continua.

Ci sono romanzi mondo, e romanzi che il mondo te lo portano letteralmente in casa.

Romanzo mondo è un’espressione usata spesso in editoria: in verità, più dagli addetti ai lavori che da lettori o scrittori. Per intenderci, sono quei romanzoni tipo Signore degli anelli, Guerra e pace, I Miserabili ecc. nei quali ti perdi, in senso buono: una caterva di personaggi e avvenimenti complessi, unità di tempo dilatatissima, anni e generazioni, l’intero contesto scandagliato in lungo e in largo. Qualcosa di simile, insomma, alla LORE dei videogame.

Poi ci sono i romanzi che, dicevo, ti offrono una fetta, una piccola mappa della contemporaneità, qualcosa che ti è prossimo ma non così tanto da poter dire di conoscerlo già: ne hai sentore, lo intuisci, lo vedi da lontano… nei film, sui giornali, ai notiziari. Pezzi di America, pezzi di Cina o di Russia. L’Inghilterra della Brexit. La Hong Kong che fa i conti con la Cina. La Napoli “gomorresca” oppure sorrentiniana.

Paradigmi di occidentalità, oppure di esotismo (ma esiste qualcosa che possa ancora essere considerato esotico?).

A proposito di Inghilterra, è uscito da poco in libreria Caledonian Road, di Andrew O’Hagan (Bompiani). Uno di quei romanzi luuunghi, divertenti, con un fracco di personaggi (il volume si apre con un dramatis personae ingombrante quando utile, perché via via che si procede nella lettura non sono poche le occasioni in cui si ha bisogno di tornare all’inizio per ricordarsi chi è chi).


Caledonian Road è una perfetta via di mezzo tra Tom Wolfe e Dickens. Un romanzo muscolare, con un protagonista che non possiamo definire propriamente “simpatico”; non da subito. Non si può empatizzare troppo facilmente con un accademico di storia dell’arte ossessionato dal denaro e dall’esigenza di mantenere uno stile di vita assai dispendioso, che scrive articoli in ossequio al più banale politically correct, autoaccusatori e censori nei confronti di tutto ciò che la sua classe sociale e la sua parte di mondo provocano… al mondo, pur di acquisire credito di fronte alla sua coscienza, a studenti arrabbiati (Milo Mangasha, geniale hacker rivoluzionario) e a progressisti contriti (Miriam, la sorella, deputata laburista). E per far soldi – altri soldi –, mentre il suo migliore amico, miliardario del commercio al dettaglio, rischia la galera per sfruttamento e illeciti vari, decide di scrivere sotto pseudonimo un manuale di self-help dal titolo Perché gli uomini piangono in macchina (echi di Martin Amis, qui… e alcuni tic e vezzi del protagonista, Campbell Flynn, ricordano effettivamente Amis uomo e personaggio e scrittore).

Eppure, alla fine, questo personaggio lo sentiamo vicino. Anche se si muove in era Brexit e periodo immediatamente post Covid di una Londra inarrivabile, quella del centro, feudo pressoché esclusivo di oligarchi russi ed emiri, tra le luci studiatissime di ristoranti, club e musei, un pranzo con l’agente e un’intervista di fronte alle nuove acquisizioni fiamminghe della National Gallery. Ma è uno come noi. Insicuro. Un po’ soddisfatto e un po’ frustrato. Tronfio e terrorizzato che tutto possa finire.


A sorprendere, in Caledonian Road, non sono però il protagonista o la trama. Anche perché si tratta di un romanzo piuttosto classico nel suo genere.

E il genere è, ribadisco, quello del “romanzone”: le ottocento pagine in cui amavamo perderci da ragazzi, che pure riuscivamo a divorarle in una settimana; gli ottocento personaggi e ottocento linee narrative secondarie, e tutto destinato a intrecciarsi e poi a sciogliersi alla fine. Quei romanzoni che quando li finivi ti mancavano già, perché per giorni o settimane erano stati come una corrente sottomarina nel fluire distratto della tua vita. Un’energia in più, una presenza sfumata ma costante, percepibile dalla tua visione periferica.

Era questa l’esperienza, questo il dato bello e sfuggente: la nostra vita e altre vite in altre storie che si sfioravano come piani semoventi, una tettonica delle placche segreta, un crepitare e scricchiolare che ci parlava come una lingua sconosciuta.

Non so bene, ma fra i 14 e i 25 anni io quella lingua la sentivo, la capivo. Leggevo per un mese di cose e persone che mi stavano accanto in ogni momento, anche quando le lasciavo da parte per studiare, uscire, giocare a pallone, mangiare, dormire.

Quell’essere con me. Ecco il dato. Il pensarci anche senza pensarci, a uno come Campbell Flynn, uno come Charlie Croker (Un uomo vero, sempre Tom Wolfe), come Harry Hangstrom (Il coniglio di Updike), come Archie Ferguson (se 4321 fosse uscito quando avevo vent’anni!). Ed esserne arricchiti un po’, spostati un po’, corroborati nella capacità di lasciarsi portare.

Ogni tanto la ritrovo, quella capacità. Il mondo in casa. Tutto intorno a me. E io proprio in mezzo. In mezzo a quel caos. A quella pienezza. A quel casino di chiacchiere e di gente. E appena finisce, così in fretta ormai, mi guardo attorno e mi chiedo: dove siete finiti tutti?

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